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“‘O cuollo d’a cammisa“di Edgardo di Donna
“‘O cuollo d’a cammisa“di Edgardo di Donna intreccia l’arte lirica, la memoria storica con il fascino dell’insegnamento in vernacolo.
Quella dell’insegnare in lingua napoletana è una esperienza che Edgardo ha sperimentato sul campo, in scuole di frontiera, dove l’intuizione del metodo pedagogico è una necessità per coinvolgere i giovani e per tenerli incollati al banco.
Insegnare giocando è un sistema didattico modernissimo e nel nostro caso capace di tutelare e valorizzare la lingua napoletana e la trasmissione orale della memoria.
Proprio mentre le identità rischiano di svanire nell’omologazione culturale globalizzata o di essere invocate malamente per difendersi da una giusta contaminazione, un’opera letteraria densa e aperta come” ‘o cuollo d’a camisa” può rappresentare il giusto connubio di tradizione e futuro, di identità e universalismo.
Edgardo è un po’ sordo per l’età ma ha un orecchio musicale e lingua svelta da fare invidia. Compare un giorno da me con il suo faldone di manoscritti un po’ lisi, deliziosamente disordinati, e mi dice con aria sorniona di avere un sogno ma non più tanto tempo per realizzarlo.Vuole pubblicare una storia di Napoli in lingua napoletana frutto di appunti raccolti in tanti anni di incursioni studiose e giocose nelle vicende e nei simboli della città.
Non sa usare il computer, non ha soldi da investire nell’impresa, non capisce di guai editoriali né di procedure istituzionali. Tutto normale per un poeta, ma lui, con i suoi ottant’anni, non ha proprio il tempo di aspettare e scherza con macabra leggerezza sui limiti biologici dell’uomo. Mi percorre un brivido.
Prendo il plico e gli prometto che lo leggerò e che vedrò cosa si può fare.
Un giorno per conciliare l’animo, svogliatamente, mi imbarco nei fogli sparsi di Edgardo.Non c’è tempo da perdere!
Edgardo di Donna è un poeta vero, conosce la lingua napoletana come pochi, l’ha usata per insegnare e ha un patrimonio immenso da donare. Quelle carte sono un’enciclopedia in versi della napoletanità.
Da quel momento divento meno sordo e cieco. Indago e scopro una storia da raccontare.
Con questo spirito mi metto al lavoro , con il solo intento di evitare la sparizione di ciò che mi appare da subito un patrimonio. Poche semplici scelte”filologiche” condivise con Edgardo: scansione diacronica dei testi, periodizzazione storica che si alterna ad una sistemazione per temi, poche note e fedeltà anche di errori ed arbitrarietà ai manoscritti. E’ l’unica strada percorribile e mi sembra la più giusta per dei testi che meritano approfondimenti di esperti e competenti profondi di lingua napoletana.
Ha fatto mille mestieri, manuali ed intellettuali, perché mai la sua curiosità infantile lo potesse lasciare bambino, perché mai la sua saggezza senile potesse trasformarlo in vecchio.
E’ un docente alunno, un istigatore di natura che parla un napoletano colto e popolare perché mai la sua lingua possa diventare plebea, perché mai il suo dialetto possa renderlo aristocratico.
E’ un cantastorie meticoloso e acuto, un menestrello da piazza e d’archivio, un buffone di corte che gigioneggia con la cura documentale dello storico.
La sua opera è come la sua vita: lampi e sgobbate, sberleffi e riflessioni, scoperta ed invenzione. Il Vesuvio per lui diventa materia incandescente e simbolo metafisico, eruzione devastante e colate materne.
Le poesie di Edgardo sono favole storiche pensate per essere raccontate al più svogliato degli alunni, per desacralizzare dall’atteggio il più secchione, per fare giocare chi suda troppo sui libri. Ricordiamo che ha tradotto e reinterpretato Fedro, Esopo, Catullo, Virgilio.
La raccolta ‘o cuollo d’a cammisa scritta dall’autore tra il 1989 e il ’95 si presenta con una originale e personale forma manualistica che dipana la storia di Napoli dalla fondazione ai Borboni arrivando alla metà del Novecento attraverso le eruzioni del Vesuvio, la vita dei Castelli e le sorti alterne del Banco di Napoli.
Ma la Storia della Città per Di Donna è fatta di “storie” incarnate da regnanti e rivoluzionari, santi e filosofi, legata ai mutamenti dei castelli e delle banche. Una storiografia ricca e moderna che rappresenta il divenire per date e credenze, per cose e uomini, per leggende e miti, per persone e personaggi, per natura e ambiente, per lingua e terra, per pensiero e azione, per eventi essenziali e dicerìe minimali.
Il napoletano è leggero e fulmineo, un’ibridazione di lessemi nuovi e antichi con tempi lievemente moraleggianti e dall’orizzonte aperto e falsificabile.
Una grammatica semplice e ritmata, una sintassi infantilmente strutturata d’invenzioni e di pirotecniche sonorità che fanno un’ occhiolino d’intesa e luminosità.
Una lingua viva, in movimento, che muta continuamente e continuamente si ritrova, sgombra, sobria e foneticamente vivacissima volta a spiegare nel parlato, nell’alternarsi di gerghi sempre contemporanei.
A me sembra una lingua eternamente giovane, una lingua da gulliver del quotidiano, da spiritello che viaggia nelle storiellette dei grandi e della vita.
Il napoletano di certi novissimi che sperimentano alchimie barocche di chiarore e comprensibilità.
Il professore Di donna conosce il latino, il francese, il tedesco, ma combatte la dittatura del latinorum e dell’ex cathedra; non spadroneggia con la sua cultura immensa ma la sminuzza senza toglierne la forza nutritiva e pedagogica.
Il suo è un napoletano democratico che spernacchia il tronfio ed il potente e svergogna il rozzo ed il violento.
Un nonnetto gramsciano con una sua grammatica personale, con una sua lingua universale, impasto di materialità e sogni, un nonnetto che straconnette, iperassociativo,con una sistematica esistenziale fanciullina e socratica.
Ferdinando Tricarico